giovedì 14 maggio 2020

Le affacciate - Caterina Perali - Neo Edizioni - Recensione a cura di Adriana Rezzonico





...Da ore fisso le travi sul soffitto seguendo le venature del legno:dall’alto in basso, da sinistra a destra. Sono le 8.30 di un lunedì qualsiasi e nonostante tutto mi sento bene. Sono pervasa da una strana sensazione, ho contato 53 chiodi nelle travi del soffitto e sono serena.
L’Amministratore Delegato della Salich Entertainment, Mario mi ha escluso dalla squadra per cui lavoravo:licenziata! Ero un costo troppo oneroso, io Nina, mi consideravo indispensabile e preziosa. Per diversi anni, ho indossato le mie innumerevoli certezze, quelle che Milano offre a tutti.
 “ Le affacciate” è un romanzo attuale collocato nella città che conosco, una metropoli frenetica che dona e strappa senza indugi. Caterina Perali, l’autrice, ci conduce nel mondo di Nina, in una delle tante vite da donna in carriera. Riflette sulle case di ringhiera, un vero cammeo, quasi dimenticato e l’attuale vita logorante.
C’è Balzebù, che regola la giornata, determina e scandisce i tempi di una routine consolidata da tempo. Ci sono i social network, una presenza assidua che occupa uno spazio ben definito.
Nina si specchia non solo nei nuovi quartieri meneghini composti da vetro – ma anche con il mondo circostante. Il suo pensiero è ormai irrimediabilmente compromesso, l’aspetta la voragine del fallimento e quel tunnel profondo.
La scrittura scorre fluida, scevra di quelle parole di stampo anglosassone, che ormai determinano lo status meneghino Tra i sospiri e le menzogne, la protagonista cambia la sua visione, si accorge che la vita prosegue inesorabilmente. Il suo fluire: è qualcosa di tangibile e lo si nota ovunque.
L’unica nota stonata è la sua presenza che si ostina a non seguire il ritmo. Scegliere con cura i biscotti diventa un’esperienza sublime, seppur insolita. Nina, si “affaccia” a questa nuova dimensione e scoprirà lo scandire del tempo, il gusto dei piccoli gesti e l’assaporare la vita a piccoli morsi. L’arrivo di Svetlana, un ingrediente prezioso, darà il giusto sapore a questa ricetta dall’aroma delicato. Si consiglia la lettura a tutti i nostri lettori e a tutte quelle donne che si rispecchieranno nella protagonista.

lunedì 11 maggio 2020

Adriana Rezzonico intervista Andrea Donaera








Cari amici lettori, oggi ho un appuntamento intrigante: mi attende Andrea Donaera  con la sua ultima fatica letteraria edita da NN Editore

Buongiorno, Andrea e grazie per aver accolto il mio invito.

- Chi era e chi è Andrea Donaera?

Salve a voi! Quando mi viene posta questa domanda mi piace scherzare partendo dal nome che mi è stato dato: se lo si anagramma viene fuori “Andrea o Andrea”. Ecco, un nome senza scampo: sono stato e potrò essere soltanto “Andrea”. Tralasciando però gli scherzi: sono semplicemente una persona che vive con la consapevolezza che l’identità è un concetto mobile, mobilissimo, viscoso.

- Quale parte di questa tua opera “Io sono la bestia”, ti ha lasciato un’emozione forte?

Se ci riferiamo alla storia, beh, l’emozione più forte è stata quando ho iniziato a scrivere il personaggio di Mimì: pensavo i suoi pensieri in dialetto, e simultaneamente traducevo, mettendo su pagina questi pensieri strani, scomposti, in un italiano tradotto frettolosamente dalla mia lingua-madre dialettale. Leggere per la prima volta cosa ne veniva fuori – e provare soddisfazione – è stata un’emozione forte: una delle poche volte nella mia vita in cui ho pensato “Dai, ‘sta cosa che stai facendo forse è buona”.

- La tua cover esorta ad alcune considerazioni: chi ne è l’artefice e quale percorso si cela dietro?

In copertina c’è un’opera della fotografa statunitense Jenny Woods. Io e la mia compagna l’abbiamo trovata praticamente per caso, vagando su Instagram. Mi è sembrata sin da subito un’immagine perfetta, perché intensa e ambigua, feroce ma tenera – un po’ come la storia che avevo provato a scrivere. Così l’ho proposta alla mia casa editrice. Dopo un po’ di prove (c’erano altre foto papabili) ci siamo tutti resi conto che quella non poteva non essere la cover del libro.

- Chi è Mimì?

Mimì è il nero che abita dentro di noi: quell’abitante perturbante che non vogliamo ammettere di nascondere sotto il letto. Sant’Agostino diceva che il Male non esiste: il Male in realtà è l’assenza di Bene. Ecco, quella assenza di Bene può verificarsi in ognuno di noi, credo. E Mimì è quell’ assenza, quell’inciampo.

- Cosa consiglieresti a chi vorrebbe scrivere?

Se qualcuno vuole scrivere deve farlo: col tempo mi sono reso conto che questa non è una banalità, poiché ho scoperto che molte persone vorrebbero scrivere, vorrebbero davvero, ne sentono la pulsione e in un certo modo la necessità, ma per una qualche strana forma di pudore/insicurezza non lo fanno. La scrittura è una pratica che ci appartiene (oso dire: oramai antropologicamente, in questo secolo di post, tweet e chat), perché il narrare (anche narrare solamente le proprie emozioni) è in prima istanza fondamentale per porre razionalmente ordine nella realtà che esperiamo. Quindi: buttarsi, tuffarsi tra i tasti e il Documento bianco  o tra l’inchiostro e il foglio vuoto.

- Ti ringrazio per avermi fatto entrare nel tuo mondo e consiglio al nostro pubblico di leggere “Io sono la bestia”, ne rimarranno affascinati.

Grazie a te!

venerdì 24 aprile 2020

La logica della lampara - Cristina Cassar Scalia - Ed. Einaudi - Recensione a cura di Adriana Rezzonico








L’autrice, conza una perfetta tavola etnea, in armonia con il territorio. Una cuoca impeccabile che ricerca la qualità nelle farine di produzione locale per il pane e le parole accurate per questo romanzo prettamente siciliano.
La Riviera dei Ciclopi sfoggia tutta la sua bellezza: Catania. Aci Trezza, Aci Castello, ne sono le più rinomate località.
Muretti di pietra lavica, stabilimenti balneari costruiti su palafitte innalzate tra scogli e cespugli rigogliosi, un vero trionfo di colori.
Tonalità che ritroviamo nei personaggi, perfette pedine che si muovono leggiadre in questa trama dall’ottimo impianto narrativo.
La penna di Cristina Cassar Scalia, tesse il racconto di un’indagine che sin dalle prime battute si rivela ostica.
Il Dottor Manfredi  Monterreale e Sante Tammaro, giornalista di un quotidiano locale, scorgono una sagoma che trascina una valigia in mare. Poco dopo viene denunciata la scomparsa di una donna.
Giovanna Guarrasi,”Vanina”, deve districare la situazione che appare impervia, aggrovigliata, come un banco di pesci impigliati in una nassa. Troppe persone sembrano ruotare intorno a una faccenda oscura, quasi come la sabbia lavica che si deposita ovunque e che sminuisce qualsiasi particolare.
Ho amato nell’immediato la protagonista, sono entrata in simbiosi con lei che si è rivelata abile, arguta, con spiccate doti d’ironia.
Punto di forza anche la sua grande tenacia, è capace di rendere coesa la sua squadra, pur rivelando piccole dosi di mascolinità, mantiene quell’aria scanzonata nonostante le numerose ferite ancora aperte. Saranno proprio quelle fitte dolorose a farla vacillare più spesso di quanto lei stessa vorrebbe.

venerdì 17 aprile 2020

Se questo è un uomo - Primo Levi - Ed. Einaudi - Recensione a cura di Stefano Cassini


Questa volta la "quota azzurra" si confronta con un "classicone" della letteratura italiana.
È difficile, in effetti, trovare parole nuove, dire qualcosa che non sia stato già detto, su questo libro, ma rileggendolo ora (la prima volta fu nel 1978, in terza media), e avendo avuto modo di vedere l'autore in diversi programmi televisivi, si possono scoprire altre sfumature, analogie con il presente e, perché no, nuove domande da porsi sul motivo per cui certi fatti sono potuti accadere e che certe convinzioni, così a lungo considerate verità, porrebbero essere da rivedere.
Ma veniamo al romanzo.
Primo Levi arrestato e deportato, in quanto ebreo, prima a Fossoli e poi, nell'inverno 1944, ad Auschwitz, ci narra in modo neutro, verrebbe da dire asettico, l'ultimo anno di vita del più famoso dei campi di concentramento nazisti. La sopravvivenza è, ovviamente, il leit-motiv della narrazione di Levi; sopravvivere ai soprusi dei carcerieri, principalmente, ma anche nei rapporti con gli internati più anziani e con i lavoratori civili. Persino le donne ucraine che, essendo le "favorite" dai gerarchi nazisti, sfruttano la loro posizione per deridere i lavoratori ebrei magri, rasati a zero, malvestiti e malnutriti.
Diciotto capitoli che sono viaggi dentro il recinto di filo spinato ma anche nella psiche umana, messa a dura prova dal lager e che mi hanno fatto nascere un dubbio: il titolo è dedicato alle vittime (e quindi alla loro neutralizzazione come esseri pensanti) o ai carnefici (perciò non degni di essere chiamati uomini)?
Considerazione finale: io ho una copia della ristampa del 2014 dove ci sono, riassunte, alcune domande che vennero fatte a Levi durante i suoi incontri con gli studenti e una postfazione di Cesare Segre ricca di spunti interessanti per capirne un po' di più su Levi e il periodo storico nel quale ha vissuto. Davvero una bella edizione.

mercoledì 8 aprile 2020

Dark web - Sara Magnoli - Ed. Pelledoca - Recensione a cura di Adriana Rezzonico




...Non me ne frega niente di niente, non me ne frega più niente.
Tra poco io MUOIO
L’ho deciso io. Non sono malata

Sara Magnoli torna in libreria con un thriller per ragazzi, dedicato agli young adult, quella fascia di ragazzi ritenuti nativi digitali.
Si avvicina ai problemi concreti della rete. I più subdoli, tra i frequentatori del web, attirano menti facilmente plasmabili.
Nell’era del marketing compulsivo – dove la guerra si vince a colpi di follower – le vittime prescelte vengono fatte precipitare in un girone infernale.
Menti fragili, spesso ammaliate dal fascino del proibito e poco abili nel riconoscere l’Orco. Come nelle classica fiaba di Andersen, c’è un uomo, che le pedina, le attende nella piazza, seppur virtuale, e le fa sprofondare in un incubo.
Con quelle piattaforme comuni, di facile accesso a tutti e in ogni luogo, l’orco ha molta dimestichezza, si nutre di crudeltà ed è malvagio, non teme nulla e tesse la tela con metodo, quasi come un ragno che elabora la sua opera d’arte.
Barbablù abbatte tutti gli steccati e avvicina le prede, basta inviare una richiesta d’amicizia.
Un gioco paziente, meticoloso che lo porta a condurre tutti nella sua caverna degli orrori. Vesna (il suo nickname), la protagonista adora le fiabe, cerca consensi, like e una carriera nella moda. Per sentirsi appagata, in quella sorta di delirio collettivo che appartiene alla sua età. Le basteranno pochi tab, un browser e qualche click.
Un thriller attuale, una favola moderna che esalta i lati oscuri della rete, la fragilità delle vittime e la scarsa attenzione del mondo circostante, dannatamente complice di questa pazzia. Una piaga sociale, poco nota, che varrebbe la pena approfondire anche con gli inquirenti, stimolando  l’opinione pubblica. Giovanni Boccaccio sarà il cavaliere moderno, l’eroe che riporterà tutti in salvo e farà scoprire a Vesna la sincera amicizia.

lunedì 30 marzo 2020

L'inverno più nero - Carlo Lucarelli - Ed. Einaudi - Recensione a cura di Stefano Cassini







Siamo a Bologna nel 1944. La città è occupata da tedeschi e fascisti della repubblica di Salò.
Nel centro della città, la Sperrzone, piena di sfollati dalle campagne, e dei loro animali, vengono trovati tre cadaveri. L'ex commissario De Luca, ora in forza alla polizia politica, viene incaricato, all'insaputa del suo comandante, di risolvere i casi.
Sarà difficile, per lui, destreggiarsi favorendo ora i tedeschi, ora i partigiani e solo una buona dose di cinismo lo aiuterà a far contenti tutti.
Lucarelli mette parecchia "carne al fuoco" per raccontarci cos'erano Bologna, e i bolognesi, in quel difficile anno. Lo fa la consueta maestria nel creare colpi di scena in un teatro particolare, come lo sono alcuni dei personaggi.
Piccola nota dolente: in alcuni punti si nota una scarsa attenzione nella revisione del testo, per una storia che avrebbe meritato maggior cura. si poteva, e si sarebbe potuto e dovuto fare meglio.