venerdì 17 aprile 2020

Se questo è un uomo - Primo Levi - Ed. Einaudi - Recensione a cura di Stefano Cassini


Questa volta la "quota azzurra" si confronta con un "classicone" della letteratura italiana.
È difficile, in effetti, trovare parole nuove, dire qualcosa che non sia stato già detto, su questo libro, ma rileggendolo ora (la prima volta fu nel 1978, in terza media), e avendo avuto modo di vedere l'autore in diversi programmi televisivi, si possono scoprire altre sfumature, analogie con il presente e, perché no, nuove domande da porsi sul motivo per cui certi fatti sono potuti accadere e che certe convinzioni, così a lungo considerate verità, porrebbero essere da rivedere.
Ma veniamo al romanzo.
Primo Levi arrestato e deportato, in quanto ebreo, prima a Fossoli e poi, nell'inverno 1944, ad Auschwitz, ci narra in modo neutro, verrebbe da dire asettico, l'ultimo anno di vita del più famoso dei campi di concentramento nazisti. La sopravvivenza è, ovviamente, il leit-motiv della narrazione di Levi; sopravvivere ai soprusi dei carcerieri, principalmente, ma anche nei rapporti con gli internati più anziani e con i lavoratori civili. Persino le donne ucraine che, essendo le "favorite" dai gerarchi nazisti, sfruttano la loro posizione per deridere i lavoratori ebrei magri, rasati a zero, malvestiti e malnutriti.
Diciotto capitoli che sono viaggi dentro il recinto di filo spinato ma anche nella psiche umana, messa a dura prova dal lager e che mi hanno fatto nascere un dubbio: il titolo è dedicato alle vittime (e quindi alla loro neutralizzazione come esseri pensanti) o ai carnefici (perciò non degni di essere chiamati uomini)?
Considerazione finale: io ho una copia della ristampa del 2014 dove ci sono, riassunte, alcune domande che vennero fatte a Levi durante i suoi incontri con gli studenti e una postfazione di Cesare Segre ricca di spunti interessanti per capirne un po' di più su Levi e il periodo storico nel quale ha vissuto. Davvero una bella edizione.

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